Un percorso attraverso la mostra per comprendere la complessità di un linguaggio artistico che, nel Cinquecento, mise in discussione le regole del Rinascimento.
Il Manierismo fu un linguaggio artistico che si diffuse nel
XVI secolo, inizialmente tra Firenze e Roma. Calato all’interno del lungo
periodo del Rinascimento, il Manierismo si distingue in tre fasi: una fase sperimentale o
eccentrica, caratteristica dei primi decenni del secolo; una fase riformata e,
infine, una fase controriformata, che va dalla metà del Cinquecento fino alla
metà del secolo successivo.
La mostra si apre ponendo in dialogo le prime due decadi del
Cinquecento, caratterizzate da una molteplicità di tematiche che contribuirono
ad alimentare il dibattito all’interno della società dell’epoca. Tra le
principali dispute, una delle più evidenti riguardò la questione della lingua
e, in particolare, quale modello adottare nella penisola italiana:
Dante, Petrarca o Boccaccio, le Tre Corone, oppure il latino; o ancora la
lingua parlata all’interno delle Corti, come sosteneva Baldassarre
Castiglione (non è un caso che Raffaello dipingesse proprio un suo
ritratto). Vi era infine il volgare, quello parlato dalla nascente borghesia,
costituita da mercanti che, per redigere conti e annotare acquisti e vendite,
crearono una propria forma linguistica, poi confluita nei dialetti.
Fu l’umanista Pietro Bembo a sedare brillantemente la contesa, indicando nel volgare fiorentino la varietà più versatile e capace di raggiungere una stragrande maggioranza di persone. Anche un altro elemento, da non sottovalutare, contribuì a rendere particolarmente vivace il panorama culturale: l’avvento della stampa e, con essa, la riproduzione di centinaia di xilografie. Stilisticamente efficaci furono quelle tedesche realizzate da Albrecht Dürer, che inondarono in breve tempo molti centri artistici italiani. Gli originali delle xilografie di Dürer, presenti nel percorso della mostra, testimoniano la diffusione di questi modelli, dai quali Pontormo studiò per realizzare il lavoro al Galluzzo.




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